Scritti Critici

SCRITTI CRITICI IN ORDINE CRONOLOGICO

2017

Veli bianchi

Carlo Bertè dipinge dalla sua prima gioventù. I maestri che ha incontrato e frequentato sin da Piacenza e poi successivamente a Brera, a Londra, a Parigi lo hanno nutrito così come gli scrittori che ha frequentato, le letture e i viaggi. Questa affermazione banale nella sua semplicità schiude la porta ad una riflessione sulla continua evoluzione della sua pittura. La sua sensibilità artistica assorbe gli stimoli che la contemporaneità gli offre ma la metabolizzazione successiva origina una creatività del tutto originale, autonoma e indipendente. Non ascrivibile quindi a questa o quella scuola (anche se critici come Patrick Waldberg lo hanno associato al surrealismo o Sgarbi lo ha raccontato nella scuola – o nella bottega, come Carlo Bertè preferisce dire- di Piacenza), Carlo Bertè ha naturalmente trovato un suo linguaggio espressivo che manifesta nello stesso tempo la sua connessione con il mondo o i modi della realtà e la sua identità, la sua individualità artistica. Per chi lo segue da anni, risulta evidente come al fondo ci siano i ricorrenti stilemi della sua ricerca: i vuoti e i pieni, le campiture di colore che danno il ritmo, le cadenze d’inganno e la scelta d’intonare un linguaggio pittorico che utilizza figure, nature morte, paesaggi e oggetti “riconoscibili” per una pittura che é però sostanzialmente “astratta” perché non racconta niente, che non ha profondità o, come direbbe Hugo Von Hoffmanstahl, che cela la profondità nella superficie. Questa caratteristica così “sua” e che gli ha permesso di essere contiguo e amico di pittori con estetiche lontano dalle sue (Reggiani, Foppiani, Matino, Walter Valentini…), ha sempre trovato conferma pur nei diversi “periodi” della sua pittura. Dopo le “Catastrofi” (cfr Mazzotta editore) arrivano i “veli” bianchi. Come in quel caso la preparazione di fondi rovinata dalle caratteristiche della
tela usata aveva originato una serie di soggetti straordinari in cui si fondevano le architetture in
Crollo con i patches tipici delle tecniche di restauro, le opere degli ultimi due anni traspaiono da “veli” bianchi. L’uso di carta di seta -ricevuta in regalo da un caro amico al corrente della continua ricerca di supporti non conosciuti- posata sui paesaggi con la tecnica del “marouflage”, li sommerge e nello stesso tempo li fa emergere da una “nebbia” che ne sfuma i contorni aumentando in chi li osserva la necessità di non concentrarsi sul rappresentato, sul figurativo ma sulla “pittura” nella sua essenza. Un nuovo Carlo Bertè e pur sempre lui: ci stupisce e ci gratifica la freschezza e la sempre originale e mai “pretenziosa” sua ricerca artistica.

Carlo Bertè has been painting since his youth. The masters he met and frequented first in his native Piacenza, and later on at the Brera Academy of Fine Arts in Milan, in London, and in Paris, nourished him. As did the writers he met, along with his early exposures to literature and travel. In its simplicity, this fundamental realization opens the door to a reflexion upon the ongoing development of his art. His artistic sensibility includes the inputs provided by his times, while their subsequent metabolization has evolved into an original, autonomous, and independent creative form. Without belonging to any “school” — albeit critics such as PW have associated him with Surrealism, and Sgarbi situated him within the school, or workshop (as Bertè would prefer to call it), of Piacenza — Carlo Bertè naturally found a personal expressive language which also manifests his own ties with the world, with reality, as well as with his identity and artistic individuality. For those who have followed his work over the years, the stylistic elements of his pictorial quest are self-evident: emptiness and fullness of shape, rhythm-defining coloring patterns, deceptive cadences, and the will to set the tone of his painting language by placing figures, still lives, landscapes, and “recognizable” objects into the service of a painting style that is substantially “abstract,” since it does not “tell” anything, and does not have any “depth,” or, as Hugo Von Hoffmanstahl would have said, that absconds its depth on its surface. Such a uniquely personal character — which has allowed him to be intimate with and close to painters who hold drastically different aesthetic outlooks (such as Reggiani, Matino, and Walter Valentini…) — holds true across the different “periods” of his artistic trajectory. After “Catastrofi” (Mazzotta), he is now confronting white “veils.” In the earlier case, the setting of a background surface that was being “ruined” by the physical properties of the canvas originated a series of extraordinary subjects which fused crumbling architectures with “patches” drawn from the techniques of art conservation. Over the last two years, Bertè’s work has instead moved towards the adoption of distinctive white “veils.” Silk paper — the gift of a dear friend, who is deeply familiar with the artist’s ongoing search for previously uncharted painting surfaces — is thus laid atop landscapes, through the technique of “marouflage,” and buries them and at the same time highlights them within a “mist” that blurs their contours. In turn, this enhances the viewer’s need to divert her or his gaze away from what is being represented — that is, the figurative elements of the composition — and instead allows them to focus upon the “painting” itself, and on its very essence. This is a new Carlo Bertè, and yet always himself. We are struck and at the same time gratified by the fresh, always original, and yet never pretentious character of his artistic research.

Carlo Bertè peint dès sa première jeunesse, les maîtres qu’il à rencontrés et fréquentés en commençant par Piacenza et puis successivement Brera, Londres et à Paris, ont nourri son art et créativité, ainsi que les écrivains qu’il à fréquenté, ses lectures et voyages. Cette affirmation banale dans sa simplicité en ouvre la porte à une réflexion sur la continuelle évolution de sa peinture. Sa sensibilité artistique absorbe les stimulus que l’art contemporain lui offre, mais sa métabolisation successive origine une créativité en tout originelle, autonome et indépendante, qui n’est donc pas attribuable a une ou autre école (même si des critiques comme Patrick Waldberg ont pu l’associer au surréalisme, ou Sgarbi qui l’à expliqué à l’école où à l’atelier, comme Carlo préfère de dire- de Piacenza), Carlo Berté à naturellement trouvé un langage propre expressif qui manifeste à la fois sa propre connexion avec le monde ou les modes du réel et sa propre identité, son individualité artistique comme auteur. Pour qui le suit depuis des années, il est évident qu’au fond se trouvent les courants caractéristiques du style et de sa recherche: les vides et les pleins, les fonds de couleurs qui donnent du rythme, les cadences “d’inganno” (de tromperies) et le choix de s’assortir d’un langage pictorique qui utilise des figures, natures mortes, paysages et objets normalement reconnaissables pour une peinture qui est pourtant essentiellement abstraite, qui ne “raconte” rien, qui n’à pas de profondeur, ou comme dirait Hugo von Hoffmanstahl, qui cache la profondeur dans sa surface. Cette particularité si propre, et qui lui à permis d’être co-auteur et ami avec des peintres qui esthétiquement étaient lointains de la sienne propre (Reggiani, Foppiani, Matino, Walter Valentini…), il à toujours trouvé une confirmation même dans les diverses périodes de sa peinture. Après les “Catastrofi” (cfr Mazzota editore) arrivent les Voiles Blancs. Comme dans ce cas la préparation de fonds ruinée par les caractéristiques de la toile utilisée avait donné origine à une série de sujets extraordinaires dans lesquels se fondaient les architectures en délabrement avec des “patches” typiquement propres de techniques de restauration, les oeuvres des deux dernières années transparaissent des voiles blancs. L’usage des feuilles de soie -reçus en cadeau d’un ami très cher étant au courant de la continuelle recherche de supports peu connus posée dans l’exécution de paysages avec la technique du “marouflage” qui les submerge et au même temps les fait émerger dans un brouillard qui retrace ses contours, en augmentant dans l’observateur le besoin de ne pas se concentrer sur le représenté, le figuré, mais sur la peinture en son essence. Un nouveau Carlo Berté et puis toujours lui même: il nous ébahit et gratifie, par sa fraicheur et sa toujours originelle et jamais prétentieuse recherche artistique.

Carlo Berté

2008

Carlo Berté

“Mi sono fatto contaminare da Monsù Desiderio, mi sono fatto inspirare da Monsù Desiderio, ho citato Monsù Desiderio “ad abundantiam”, ma i quadri, la pittura sono miei. Perciò parlo di Cadenza d’Inganno: per la sorpresa che l’irruzione della poetica di Monsù Desiderio ha generato creando lo spiazzamento che i quadri che sono in mostra a Piacenza a Palazzo Farnese evidenziano”

(testo raccolto ed edito da Patrizia Ciompi)

2008

Francesco Spagnolo

“Dipingere il crollo delle cose più amate è più di una reazione alla catastrofe. E’ il modo di concepire (e affrontare) la catastrofe affinché le macerie consentano di ricominciare di nuovo. E’ una nuova ricerca dei canoni del sapere, una strategia immaginaria e dunque più reale di qualsiasi altra. Si presti attenzione ai tentativi di restauro e ai piccoli e grandi cedimenti architettonici che costellano le nuove vicende pittoriche di Carlo Berté. Perché si tratta di piccoli allarmi, che come la sveglia del surrealismo (non quello padano, l’altro) suonano sessenta volte al minuto. Perché si tratta di luoghi e figure dell’immaginazione e del pensiero, in un labirinto del dopo.
E il dopo è per noi-noi che guardiamo i suoi quadri. Raramente si vedono opere più politiche nell’arte di oggi”.

Peindre l’écroulement des choses aimées est plus qu’une réaction à la catastrophe: est la façon de (et affronter) la catastrophe afin que les débris permettent de recommencer à nouveau. Il s’agit d’une nouvelle recherche des canons de toujours, d’une stratégie imaginaire, et pourtant la plus réelle.Il faut faire attention aux tentatives de restauration, aux écroulements, légers ou graves, des architectures qui constellent ces évents nouveaux dans la peinture de Carlo Bertè. Car il s’agit d’une série de petites alertes: comme le réveil du surréalisme (non pas de la plaine du Po – l’autre) elles retentissent soixante fois à la minute. Car il s’agit de lieux et de figures, de l’imagination et de la pensée, dans un labyrinthe de l’après.
Et l’après est pour nous – nous qui regardons ses tableaux. Rarement on voit des oeuvres plus politiques dans l’art contemporain.

2008

Carlo Rovagnati

Ancora una volta Carlo Bertè opera uno spiazzamento nell’osservatore. Il tema della serie Le Catastrofi, non è tanto l’architettura destabilizzata, un’architettura che crolla sotto il peso inesorabile del tempo o di un fenomeno tellurico, ma il dipinto in restauro, ovvero l’interruzione del testo pittorico espressa attraverso la lacuna, nell’opacità o nella trasparenza della superficie della tela esibita, a tratti.
Le Catastrofi di Carlo Bertè non rappresentano mai uno spazio “al di là del loro supporto”. Alla stregua di oggetti architettonici, osservando i dipinti di Bertè viene voglia di aggirarli, per vedere cosa succede dietro, sul retro della tela, per scoprire se qui, come nei retabli medioevali, altre figure abitano quel medesimo supporto. In questi tableaux non c’è altro spazio che quello della tela. Il quadro, il tableaux, è riportato alla sua dimensione materiale, alla propria oggettualità architettonica.

A première vue les montrent un fond qui attend le développement d’une action: En réalité, une action subtile, bien visible, se déroule déjà: les décors mêmes cèdent ou bien s’écroulent. A première vue les Catastrophes présentent tous les éléments nécessaires à la construction d’une représentation classique: une architecture de fond, une action adressée à un spectateur (placé, de façon classique, en dehors du champ visuel, c’est à dire en face de la toile ), la toile considérée, à l’Alberti, comme une « fenêtre sur le monde

2008

Luigi Sansone

“Appartengono alla culla del Mediterraneo i colori più amati da Berté: sono le terre che vanno dalle sabbie chiare del deserto, all’ocra delle rovine in mattoni di argilla, al cotto, tonalità calde che dialogano con quelle marine dove il blu mediterraneo sfuma nel turchese dell’acquamarina.”

Les couleurs que Bertè aime le plus appartiennent au berceau méditerranéen: il s’agit des sables claires du désert, de l’ocre des ruines en briques en argile, des tonalités chaudes qui dialoguent avec les couleurs de la mer, où le bleu méditerranéen s’estompe dans le bleu turquoise, dans l’aigue-marine.

2002

Vittorio Sgarbi

“Berté, sensibilissimo quasi mistico, neo-bizantino, oscillante tra la scrittura di Paul Klee e la distanza dal mondo di Felix Vallotton”.

2002

Rino Cortiana

“Il labirinto continua ad essere costruito: vi vaga all’interno suo il Minotauro. Qualche Icaro continua nel tentativo di superare le mura. Si ferma incerto sulla sommità della torre “Pensavo al tuo Icaro incerto dell’88” a misurare l’altezza dei grattacieli e la resistenza della cera. Si scioglie il dubbio in frammenti di cera, in frammenti di lacrime. Con un colpo d’ala cerca di cancellare, di crearsi un supporto aereo al colore, pescato dall’oblio”.

2001

Stefano Fugazza

“Carlo Bertè predilige figure misteriose, luoghi arcaici, resi attraverso una pittura dotta ed accurata che nulla lascia al caso. In lui vi è una contemplazione silenziosa degli spazi e una profonda voglia verso orizzonti incommensurabili”.

2001

Carlo Berté

“Citazionista? Io mica lo sapevo che nel ’68, mentre dipingevo Victoria Rex, a Londra, stavo facendo il citazionista. Non sono un citazionista perché non mi ascrivo tra coloro che hanno individuato nella citazione la chiave di rappresentazione di un pensiero. Io mi sono limitato ad utilizzare il mio bagaglio di immagini,tra le quali molte non sono “mie”, per la mia poetica, per la mia visione dell’arte e per fare i miei quadri”.

1998

Carlo Francou

“… ma i cieli di Berté, anche nelle notti in cui le stelle sembrano piangere, si offrono a chi li guarda in una serena armonia. Il suolo arido e profondamente intagliato dall’erosione degli orizzonti del Salento sembra prendere così nuova vita da quella pioggia di stelle, la vita dell’infinito.”.

1998

Francesco Spagnolo

“Non si dve pensare a un pittore figurativo del ventesimo secolo come un eroe coraggioso che impavido sfida le tendenze dominanti. Questi si presenta piuttosto come un artigiano –un uomo che conosce il proprio mestiere nei più piccoli dettagli e che lo ama proprio a partire da essi. Il suo coraggio, il suo eroismo, si misurano nell’orientale pazienza posta nella cura di ogni aspetto della propria opera e in una progettualità mai formulata che si prolunga indefinitamente nel tempo. Vi è in lui qualcosa di schivo, una dimensione privata del sentimemto, un gusto del silenzio”.

“ One should not, however, imagine that a figurative artist of the 20th century is a brave hero fearlessly challenging the dominant currents of contemporary art. He is rather a craftsman –a man who knows his art down to the smallest detail, and loves it. His courage or heroism can be gauged by the extraordinary patience with which he attends to each aspect of his work, and in a plan that has never been formulated and extracted indefinetely in time. In him there is an element of shyness, a private approach to sentiment, a taste for silence.”

1993

Roberto Tassi

“ L’immobilita’ é stigma assoluta dei paesaggi che sono quelli sui quali si stringe il nostro discorso; ma l’immobilità vi è anche contraddetta da arbusti che spuntano e fioriscono, da ciottoli sparsi, da prati verdissimi, da costellazioni che ruotano. Fossilizzazione e proliferazione si congiungono e si contraddicono, o si elimanano a vicenda; miraggi di città si concretano in pietra, profili di case su un colle si riflettono entro una distesa di acqua solida che sta ai suoi piedi, incastri di mura e di ombre chiudono questi spazi labirintici”.

1993

Mauro Sargiani

“Ora nella pittura di Berté gli orizzonti sono diventati una meta dello sguardo dove la seduzione si interrompe e nessuna visione ci raccoglie per assicurarci un’esistenza, così rimaniamo fermi e un poco sorpresi, senza sapere se potremo orientarci: il cielo si é spostato in alto verso la fine del quadro, sembra quasi voler togliere luce alle apparenze che continuano a cadere davanti a noi….”.

1991

Paolo Biscottini

“Il passo verso la metafisica è breve, brevissimo ma Berté non lo compie perché mentre si sofferma su una forma e l’accarezza lentamente, voluttuosamente, scopre in essa la possibilità della deformazione. Ossia di potersi da essa lievemente scostare e senza mutarla trasformarla. Cos’è un ricciolo se non l’estrema voluttà della sfera e perché non cedere alla tentazione sensuale del doppio?
Il passo verso le scelte di surrealismo è breve ma Berté non lo compie e sosta invece sul crinale delle sensazioni consentendo alla sua mano di cedere un poco ad esse, perché in ciò ritrova lentamente un’iconologia memoriale, figure e forme di mera apparizione interiore, profilate in sagome coincidenti con le occasioni della vicenda psicologca”.

1989

Marcel Paquet

“L’oeuvre de Berté s’est toujours charactérisé par un traitment sensible, charnel, sensuel de la matière et si, durant des années, il a graffé sur cette sensualité du visible, sur cette sensibilité, de l’image, des thèmes organiques, des visages de femmes ou meme des situations psychologico-érotiques, il reste que l’essentiel de sa démarche n’était pas dans ses thèmes, dans ses titres, mais dans sa matière”.

1987

Vanni Scheiwiller

“Orizzonte, per il vocabolario degli Accademici della Crusca, è la linea o cerchio celeste che divide l’uno e l’altro emisferio e termina la nostra vista. Orizzonte non vuol dire altro che ultimo termine, oltre il quale gli occhi umani non possono vedere. In senso traslato, ripreso dai puristi come francesismo, sta per larga veduta. Oggi l’orizzonte è il nuovo protagonista dei quadri di Carlo Berté: augurio, non solo in translato, per una pittura di larga veduta”.

1985

Gianni Celati

“il mio interesse per la pittura di Carlo Berté sta in una condotta, in un comportamento di estraneazione che mi ha colpito. L’effetto dei suoi quadri mi sembra spesso “paradossale”, tento di esprimere questo effetto con la parola “naturalezza” per dire che niente è forzato, non vi sono pretese di catturare l’occhio o la mente. Questi quadri si possono guardare con naturalezza perché non simulano niente, appaiono come copie di quadri possibili che un paziente lavoro manuale ha cercato di imitare in tutte le minime irregolarità”.

1984

Mario De Micheli

“I suoi quadri si collocano fuori da un tempo diurno per animarsi in un tempo poetico, nella dimensione intellettuale di una metafora folta di sensi polivalenti, ricca di stupori contemplatiivi. Eppure niente di approssimativo in questa pittura. Se è vero che lo spazio in cui le sue immagini respirano è quello del sogno,è anche vero che il segno di Berté appare sempre preciso , compiuto, mai derivato da una gestualità automatica”.

1979

Hans Redeker

“Carlo Berté is dat een uitverkoren positie, vooral omdat Waldberg heel goed het surreel-symbolische gehalte van dit overigens toch zo typisch Iialiaanse, beter gezegd Mediterranee werk heeft herkend, met de Villes invisibles van Italo Calvino, met Stendhal en diens La Chertreuse de Parme en vooral de wereld van Jonathan Swift als internationale inspiratienbron maar dan omgezet in een niet meer litterair te noemen vormtaal, waarin vooral ook de technieken en materialen meespelen, de kunstenaar de jacht naar het sublieme en ook het eshetische niet schuwt.”.

1979

Patrick Waldberg

“J’ai toujours considéré les tableaux accrochés à un mur, chez moi ou ailleurs, comme autant de fenetres ouvertes sur des mondes que l’on nous donne à découvrir. Dand un film célèbre, Fenetre sur cour, Hitchcock montrait son héros immobilisé observant par sa fenetre une succession d’activités déroutantes et mystérieuses. Il m’est venu à l’esprit que l’on pirrait décrire les tableaux de Carlo Berté comme autant des fentres sur coeur. Ils constituent, dans nos demeures, des appels d’air qui sont aussi des appels d’ètre.”

“Io ho sempre considerato i quadri appesi a un muro, mio o di altri, come altrettante finestre aperte su un mondo da scoprire. In un celebre film, “Finestra sul cortile”, Hitchcock mostrava i suoi eroi immobili mentre osservano dalla loro finestra una successione di azioni sconcertanti e misteriose. Ho avuto l’ispirazione che i dipinti di Cralo Berté potessero essere descritti come tante “finestre sul cuore”. Essi rappresentano nelle nostre case, dei richiami all’apparenza che sono anche richiami all’esistenza”.

1973

Giuseppe Marchiori

“La casella per Berté ha l’etichetta dell’arte fantastica, veduta e trasferita in un’esperienza composita, in cui molti echi arrivano da culture diverse, ma risolti in una formula individuale talora un po’ sibillina. I confini tra le arti non sono più tanto stabili, e Berté li varca spesso, con incursioni che servono ad animare, o anche a rompere, l’elaborato tessuto pittorico,. Sono slanci polemici e silenti meditazioni, che si accordano o si combattono in una solitudine che non esclude mai l’impegno dell’uomo, nella quotidiana avventura della fantasia.

“La case, pour Berté, a l’étiquette de l’art fantastique, vue et transposé dans une expérience composite, dans la quelle beacoup d’échos viennent de cultures différentes, mais un art qui se traduit en une formule individuelle, parfois un peu sybilline. Les frontières entre les arts ne sont plus aussi stables, et Berté les franchit souvent, en des incursions qui servent à animer, ou meme à briser, le tissu pictural élaboré. Ce sont des élans polémiques et de silencieuses méditations qui s’accordent ou se combattent en une solitude qui n’exclut jamais le devoir de l’homme, dans la quotidienne aventure de l’imagination”.

1972

Franco Solmi

“Ma ciò che mi interessa nel suo lavoro è la linea di tendenza che, a mio avviso, non lascia dubbi sulla volontà di Berté di non accettare una posizione di confine nel quadro di una situazione interessante artisti di ogni parte d’Italia che ha fatto giustizia della famigerata “neo-fogurazione”.

1969

Mario Ramous

“… ed è questa appunto la probabile intenzione di Berté: giocare su un giuoco già codificato, e vedere se è possibile inventarne uno nuovo sugli esiti di quello già risolto e concluso.

L’archeologia potrà quindid diventare l’archeologia di sé stessa così come la pittura della pittura, la scienza della scienza, ecc. E’ l’ipotesi da verificare e in caso affermativo ecco il giuoco secondo, la cultura seconda, l’uomo secondo”.

1969

Ferdinando Arisi

“ Con i tempi che corrono anche la memoria si è dovuta organizzare; ha i suoi archivi, scaffali, cartelle contrassegnate da indicazioni riepilogative. Carlo Berté ha la sua, con questa etichetta, concentrata da un magazziniere forse un po’ pazzo “pittura di evasione; tela di ragno nel Tesoro di Atreo; parente di Monsù Desiderio”

“La stesura del colore, prima prevalentemente grafica, realizzata con un segno colante che poteva sembrare non umano, per la rinuncia agli strumenti che da tempo immemorabile guidano nella retta o nel cerchio la mano dell’uomo, la stesura del colore si è fatta turgida, ha trovato contorni o volumi ben definiti, dopo un fluttuare morbido che ha tolto peso e sostanza alle cose.”